I Vigili del fuoco e le Fosse Ardeatine
Il 26 luglio 1944 il mondo conosce l'orrore dell'eccidio delle Fosse Ardeatine, la strage perpetrata a Roma dai nazisti il 23 marzo 1944.
Il 24 marzo 1944, nella Roma occupata dall'esercito del Terzo Reich con la complice collaborazione del governo della Repubblica Sociale, si consuma il massacro che la Storia ricorda come l'eccidio delle Fosse Ardeatine. L’evento rappresenta una delle ferite più profonde e dolorose impresse nella memoria di Roma e dell'Italia intera e condensa in sé la brutalità dell'occupazione nazista e il sacrificio della Resistenza.
L’eccidio fu la rappresaglia ordinata dal comando tedesco in risposta all’attacco partigiano di via Rasella del 23 marzo 1944, in cui morirono 33 soldati del reggimento "Bozen". La proporzione scelta dai nazisti fu di dieci italiani per ogni tedesco ucciso.
Il capo della Gestapo a Roma, Herbert Kappler, con la colpevole collaborazione del questore fascista Pietro Caruso, iniziò subito a stilare la lista di chi doveva essere ucciso: 335 uomini e ragazzi, tra detenuti civili e militari, ebrei e semplici sospetti antifascisti, scelti tra coloro che già erano nelle carceri naziste.
Sotto il controllo di Erich Priebke, vicecomandante del quartier generale della Gestapo a Roma, le 335 vittime designate furono condotte presso le cave di pozzolana sulla via Ardeatina. Qui vennero giustiziati con un colpo alla nuca. Furono uccise 5 persone in più rispetto alla quota stabilita, non per un errore burocratico ma per non lasciare testimoni. Per occultare il crimine i genieri tedeschi fecero brillare delle mine che fecero crollare le volte della cava, sigillando i corpi sotto tonnellate di detriti.
Nella tarda serata del 24 marzo, appena dopo la fine delle uccisioni, il comando nazista diramò alla stampa un comunicato nel quale veniva affermato di aver "ordinato che per ogni tedesco ammazzato dieci criminali comunisti saranno fucilati. Quest’ordine è già stato eseguito".
Solo dopo la Liberazione si poté procedere all'esumazione dei cadaveri e al loro doloroso, e ormai difficilissimo, riconoscimento. Per molti anni i resti di alcune delle vittime sono rimasti ignoti ed è solo grazie alle nuove tecniche di analisi genetica - in grado di comparare il Dna delle vittime con quello dei loro familiari e discendenti - che si è potuto dare loro un nome.
L'esumazione delle 335 vittime della strage delle Fosse Ardeatine iniziò il 26 luglio 1944. L'opera fu eseguita dai Vigili del Fuoco di Roma, in un intervento difficile e rischioso, specie per le attrezzature disponibili a quel tempo. Fu coordinata dall'allora comandante, il maggiore Antonio D'Acierro, che seguì personalmente le operazioni di recupero protrattesi per decine di giorni, con la collaborazione del celebre medico legale Attilio Ascarelli.
La storia di quel recupero rimane una pietra miliare tra le operazioni compiute dai pompieri romani nel periodo bellico. Non si trattò solo di un’operazione tecnica, ma di una discesa agli inferi.
I vigili del fuoco si trovarono a operare in condizioni estreme, affrontando non solo il grave pericolo strutturale delle cave, rese instabili dalle esplosioni, ma anche le terribili condizioni igienico-sanitarie dovute allo stato di decomposizione avanzata dei corpi, rimasti sepolti per mesi sotto il peso della terra. L'impatto psicologico fu devastante, richiedendo la necessità di scavare spesso a mani nude per non danneggiare i resti e i poveri oggetti personali utili all'identificazione.
Gli uomini del comando di Roma progettarono sistemi di aerazione e puntellamenti complessi per permettere ai medici e ai familiari di accedere ai tunnel in sicurezza. Ogni salma veniva estratta con una delicatezza che trascendeva il dovere professionale, divenne un atto di resistenza civile.
Le cronache dell'epoca e i diari dei vigili coinvolti restituiscono il senso di orrore e di sacralità di quei giorni.
"L'aria era irrespirabile, nonostante le maschere. Ma ciò che faceva male non era l'odore, era il silenzio interrotto solo dai nostri picconi. Quando trovavamo una fede o una foto in un taschino, ci fermavamo. Sapevamo che stavamo ridando un nome a un uomo e un po' di pace a una madre." — Frammento di un racconto di un vigile del fuoco del Comando di Roma (1944)
Un’altra testimonianza significativa proviene dal Capo Squadra Ugo Innamorati, che descrisse la fatica di scavare in quei cunicoli stretti: "Eravamo abituati al fuoco, ma lì dovevamo combattere contro la terra e la morte nascosta. Vedere i parenti fuori dai cancelli, che aspettavano un cenno, ci dava la forza di continuare a scavare anche quando le gambe cedevano."
La memoria della strage è sempre viva nella coscienza civile e democratica italiana perché, come affermato dallo storico Alessandro Portelli, le Fosse Ardeatine sono il simbolo di Roma e un vero e proprio monumento all'Unità nazionale: la violenza che ha colpito la Capitale rimanda infatti a tutte le migliaia di stragi e violenze subite dagli italiani durante l'occupazione, divenendo negli anni uno dei simboli universali della ferocia nazifascista.
Per saperne di più sul ruolo dei Vigili del fuoco nel recupero delle vittime delle Fosse Ardeatine:
https://www.anvvftorino.com/uploads/6/1/4/4/61440757/4-monografia-fosse-ardeatine.pdf