Il naufragio della Costa Concordia
La sera del 13 gennaio 2012 la nave da crociera Costa Concordia, su cui viaggiavano 4.000 persone tra passeggeri ed equipaggio, naufraga al largo dell’isola del Giglio. La nave entrò in collisione con un gruppo di scogli, riportando l’apertura di una falla lunga 70 metri nello scafo, e iniziò rapidamente a inclinarsi sul fianco destro.
L’impatto provocò la morte di 32 persone tra i passeggeri e i membri dell’equipaggio. La tragedia costituisce uno dei più gravi incidenti marittimi della storia italiana.
L'azione di soccorso dei vigili del fuoco, in questo scenario unico nel suo genere, fu imponente sia nell'immediatezza dell'evento sia nelle fasi successive: nelle prime 80 ore dal naufragio, i Vigili del fuoco erano già al lavoro con unità navali dai comandi provinciali di Grosseto e Roma, unitamente ai nuclei sommozzatori di Grosseto, Firenze e Livorno.
Le operazioni, coordinate presso il posto di Comando avanzato costituito appositamente sull'isola del Giglio e grazie al supporto del centro logistico istituito al distaccamento di Orbetello, portarono al salvataggio dei passeggeri e dei membri dell’equipaggio e al recupero in mare di tre corpi.
La tenacia dei Vigili del fuoco fu premiata: circa ventiquattr’ore dopo il naufragio i sommozzatori del Corpo riuscirono nell’impresa di individuare e di trarre in salvo una coppia di turisti coreani rimasta bloccata all’interno della propria cabina.
Uno dei momenti simbolo dell’opera dei Vigili del fuoco, comunque, rimane il salvataggio del commissario di bordo Marrico Giampetroni. Individuato 36 ore dopo il naufragio, Giampetroni era intrappolato in un’area parzialmente sommersa con una frattura alla gamba. I Vigili del fuoco lavorarono incessantemente nel ventre della nave, calandosi tra le lamiere, per estrarlo vivo: un miracolo tecnico che commosse il Paese.
Terminate le operazioni di soccorso, i sommozzatori dei Vigili del fuoco e quelli delle altre forze presenti iniziarono gli interventi, lunghi e complessi, per recuperare i corpi delle vittime, un lavoro portato a termine con grande impegno professionale ed emotivo, muovendosi in un ambiente confinato ad altissimo rischio, muovendosi in un silenzio spettrale rotto solo dal suono dei propri erogatori.
L'impegno dei Vigili del Fuoco non si esaurì con la fine dell'emergenza immediata. Durante l'intera fase di messa in sicurezza e il successivo raddrizzamento (parbuckling) della nave, il Corpo garantì un presidio costante per il monitoraggio ambientale – per prevenire possibili sversamenti di idrocarburi nell’ecosistema dell’arcipelago toscano – e nell’assistenza tecnica alle ditte specializzate durante le delicate fasi del raddrizzamento della nave
Un dispositivo di soccorso, che vide l’impiego medio giornaliero di 150 unità operative e 66 mezzi tra imbarcazioni, elicotteri e veicoli terrestri, operò con turnazioni continuative di 24 ore: per giorni 206 sommozzatori effettuarono 150 ore di immersioni, esperti in tecniche speleo alpino fluviali svolsero 133 missioni all’interno del relitto per un totale di 4.679 ore di lavoro, mentre gli elisoccorritori si occuparono del trasbordo delle squadre e della strumentazione necessaria alle operazioni. Un totale di oltre 800 uomini che si alternarono sul campo, una coordinazione perfetta tra terra, acqua e aria, mettendo a disposizione della collettività il proprio altissimo bagaglio tecnico e formativo.