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Il terremoto dell’Irpinia del 1980

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Data di pubblicazione
Categoria
Notizia storica
Anno:
1980

Le 19.35 di domenica 23 novembre 1980 segnano l’inizio di una tragedia che entra nella storia del nostro Paese: un terremoto colpisce l’Italia meridionale e numerosi centri abitati delle province di Avellino, Salerno e Potenza vanno distrutti. Interi paesi crollarono, oltre 2.900 persone persero la vita, circa 8.000 rimasero ferite e quasi 300.000 cittadini rimasero senza casa. Alla fine, il 74% dei fabbricati dei comuni colpiti dal sisma risultò danneggiato mentre i cittadini bisognosi di soccorso furono circa quattro milioni. 

Le scosse di quella drammatica serata sono due: la prima, la più potente, ha una magnitudo pari a 6,8° della scala Richter; l’altra, che segue a distanza di 40 secondi, è meno forte ma ha comunque effetti devastanti. Poi la terra trema ancora, ma con intensità decrescente. La zona colpita dal sisma comprende un’area di circa 17.000 chilometri quadrati, delineata a Nord dai comuni di Caserta, Benevento e Ariano Irpino, a Est da quelli di Melfi e Potenza, a Sud dai comuni di Battipaglia, Eboli e Sala Consilina e a Ovest dalla costa tirrenica. La natura geologica dei terreni coinvolti dal movimento tellurico, montagnosa per oltre il 70%, il verificarsi di frane che isolano interi paesi, il tempo inclemente che porta pioggia, neve, temperature basse e ridotta visibilità diurna, caratterizzano lo scenario dell’emergenza nei primi dieci giorni, quelli cruciali.

L’allarme che scatta in tutti i comandi provinciali dei vigili del fuoco mette tempestivamente in moto la macchina dei soccorsi, che si attiva anche in regioni lontane dall’evento. Appena informati della gravità del sisma, circa 800 vigili della Campania e della Basilicata si portano sui luoghi della sciagura, suddivisi in squadre per operare al meglio nel vasto territorio colpito. Ma è tutto l’interno Corpo nazionale che si mobilita fina dalle prime ore successive alla scossa. Nel corso della prima notte affluiscono poi nelle aree colpite ben 1.105 unità operative dei vigili del fuoco. Organizzate in colonne mobili provenienti da tutta la Penisola, sono quindi affiancate da altri 660 soccorritori, appartenenti per lo più alle Scuole Centrali Antincendi. Nelle ore successive, giungono nelle zone terremotate 4.259 unità di soccorso, ovvero quasi un terzo di tutto l’organico del Corpo nazionale dei vigili del fuoco. A supporto ci sono 1.101 automezzi, ordinari e speciali, e 4 elicotteri.
Nel caos informativo di quelle prime ore i Vigili del Fuoco spesso furono costretti a muoversi senza direttive precise e con infrastrutture danneggiate che rendevano difficoltosi spostamenti e collegamenti radio. Le cronache di quel tempo riportano interventi compiuti in condizioni estreme: squadre operative che lavoravano a mani nude, senza attrezzatura adeguata, per estrarre persone intrappolate sotto le macerie.

Nelle zone dell’epicentro si costituiscono i campi base dei vigili del fuoco con l’obiettivo principale di salvare il maggior numero di vite umane, di fornire assistenza ai superstiti e di aiutare chi fosse ancora sepolto tra le macerie. Molti interventi furono decisivi nel salvare vite: secondo dati ufficiali, oltre il 60% dei sopravvissuti recuperati dalle macerie nelle prime 72 ore fu estratto grazie alle squadre dei Vigili del Fuoco. E per sei settimane il lavoro è ininterrotto: l’ultima vittima del sisma viene ritrovata il 5 gennaio del 1981.

Le interviste rilasciate negli anni e i racconti degli anni seguenti fanno emergere particolari che descrivono un quadro drammatico.
Un vigile del fuoco del Comando di Napoli ricordò: «Sotto le macerie si sentivano voci che chiedevano aiuto. Non avevamo abbastanza strumenti, usavamo quello che trovavamo».
Un altro, arrivato da Torino, raccontò: «Sapevamo che il tempo era contro di noi. Molti dei colleghi non mangiarono né dormirono per quasi due giorni».

Nel frattempo Giuseppe Zamberletti è nominato commissario straordinario per la Campania e la Basilicata e viene dichiarata la “calamità naturale di particolare gravità”. Vista l’estensione del territorio interessato dal terremoto, diventa necessario organizzare e razionalizzare l’impiego delle forze statali disponibili, per garantire la presenza capillare dei soccorritori. Mentre le squadre di specialisti dei vigili del fuoco e dell’esercito procedono ai primi interventi di emergenza, si attuano vari piani operativi rivolti soprattutto: ad ospitare in tende la popolazione rimasta senza tetto; a provvedere alla distribuzione di viveri e indumenti; a costituire un sistema integrato di comunicazioni; coordinare l’afflusso dei soccorsi e istituire appositi centri di raccolta.
Alle operazioni di soccorso in Irpinia hanno preso parte complessivamente 4.792 vigili del fuoco. Determinante è stata la collaborazione con le altre forze del Paese, tra cui l’Esercito, che ha contribuito con il numero più alto di uomini e mezzi, la Marina e l’Aeronautica Militare, i Carabinieri, la Pubblica Sicurezza, la Guardia di Finanza, il Corpo Forestale. Rilevanti sono stati anche l’impegno e la collaborazione degli Stati esteri, che hanno elargito donazioni in denaro e beni di prima necessità. Fra loro si sono distinti in particolare Austria, Belgio, Francia, Germania, Jugoslavia, Stati Uniti e Svizzera. 

Il terremoto dell’Irpinia del 1980 mise in evidenza l’assoluta necessità di un coordinamento nazionale dei soccorsi. Da quella tragedia infatti nacque, negli anni successivi, l’attuale Protezione Civile, con una struttura più efficiente e capillare con il ruolo fondamentale assunto dai Vigili del Fuoco che contribuì a ridefinire protocolli e competenze del sistema di emergenza italiano.
L’intervento dei Vigila del fuoco durante il sisma del 1980 rimane una delle pagine più alte del servizio pubblico italiano e una testimonianza di dedizione che ha contribuito, nel dolore, a costruire un Paese più consapevole e più preparato.

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Allegati

Terremoto in Irpinia (754 KB)
Irpinia, il ricordo di una tragedia (4.2 MB)
I giorni del terremoto in Irpinia (4.2 MB)
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