La frana di Castel dell'Alpi
Il 23 febbraio 1951 (con l'apice dei danni raggiunto tra il 24 e il 25), nella piccola frazione di Castel dell’Alpi, nel comune di San Benedetto Val di Sambro, si verificò uno dei fenomeni geologici più imponenti e spettacolari della storia dell'Appennino Bolognese, non un evento improvviso come un'esplosione, ma un inesorabile e lento "cammino" della terra che ridisegnò completamente la geografia del luogo.
Dopo un inverno particolarmente piovoso, seguito da un rapido disgelo, un intero versante del Monte dei Cucchi, stimato in circa 10 milioni di metri cubi di materiale, iniziò a scivolare a valle. Un movimento lento ma inarrestabile, che fu stimato in circa 10-15 metri al giorno. Questo permise, miracolosamente, di non avere vittime ma portò alla distruzione totale di decine di abitazioni, edifici e infrastrutture, lasciando intatti solo la chiesa e il campanile. La massa di terra finì per sbarrare il corso del torrente Savena, creando una diga naturale che diede origine all'attuale lago artificiale.
I Vigili del Fuoco di Bologna e dei distaccamenti limitrofi si trovarono ad affrontare un'emergenza fuori dal comune: si trattava di di gestire un'evacuazione di massa e un monitoraggio ingegneristico costante.
La difficoltà principale fu convincere la popolazione ad abbandonare le proprie case. Molti abitanti resistevano perché la frana si muoveva lentamente e quindi speravano che si fermasse prima di raggiungere le loro abitazioni. I Vigili del Fuoco furono impegnati in turni di sorveglianza continua, ventiquattr’ore al giorno, per monitorare le crepe che eventualmente andavano ad aprirsi negli edifici e, inoltre, coordinarono il trasloco di beni, mobili, bestiame dei cittadini prima che le case venissero inghiottite dalla frana.
Uno dei rischi più gravi gestiti dal Corpo nell’occasione fu il potenziale effetto Vajont. Lo sbarramento del torrente Savena aveva creato un bacino idrico che cresceva a vista d'occhio e c’era il timore che la pressione dell'acqua potesse far cedere improvvisamente lo sbarramento, provocando un'onda di piena catastrofica verso i comuni a valle.
I Vigili del Fuoco collaborarono con gli ingegneri del Genio Civile per monitorare costantemente la tenuta della "diga di fango".
In un'epoca in cui le comunicazioni erano rudimentali, i Vigili del Fuoco dovettero stendere linee telefoniche da campo e garantire i collegamenti stradali, continuamente interrotti dal sollevamento del suolo, operando in condizioni di difficoltà estreme e utilizzando mezzi pesanti dell'epoca che spesso rimanevano essi stessi intrappolati nel terreno instabile.
I Vigili del Fuoco non solo prestarono soccorso tecnico, ma divennero il punto di riferimento psicologico per una popolazione che vedeva il proprio paese sparire giorno dopo giorno. "Si sentiva il rumore dei muri che si spaccavano, come dei colpi di fucile. I pompieri entravano nelle case mentre i solai scricchiolavano per recuperare anche l'ultima sedia". (Da una testimonianza dell'epoca).
Oggi, il lago creato dalla frana di Castel dell'Alpi è diventato un’attrazione turistica ma rimane una testimonianza silenziosa di quei giorni del 1951 e dell'incredibile sforzo dei soccorritori.