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L'inferno sotto la montagna

I mezzi dei vigili del fuoco all'interno del traforo del Monte Bianco per spegnere l'incendio
Data di pubblicazione
Categoria
Notizia storica
Anno:
1999

Il 24 marzo 1999, quello che doveva essere un normale mercoledì di traffico si trasformò nel "Giorno del Giudizio" per il traforo del Monte Bianco. Un autoarticolato belga, carico di farina e margarina, entrò nel tunnel dal versante francese. Pochi minuti dopo, all'altezza della piazzola 21, il fumo bianco diventa nero, denso, soffocante. È l'inizio di un’apocalisse sotterranea che durerà oltre due giorni e che costò la vita a 39 persone.

I primi soccorritori si trovarono di fronte non un semplice incendio stradale, si trovarono ad operare non in un tunnel ma in un inferno sotterraneo dove si raggiunsero i 1.000 gradi Celsius. La struttura stessa del traforo creò quello che i tecnici chiamano effetto camino: l'aria fresca richiamata dall'esterno alimentava le fiamme, mentre il fumo, privo di sfogo, correva lungo la volta del tunnel a una velocità di gran lunga superiore a quella di fuga di un uomo.

I primi a intervenire furono i Vigili del Fuoco interni al tunnel e le squadre di Courmayeur e Chamonix. Ma la realtà superò ogni addestramento. La visibilità era pari a zero, il fumo era così denso che i fari dei mezzi di soccorso non penetravano oltre i 50 centimetri. I pompieri avanzavano tastando le pareti o seguendo le linee bianche sull'asfalto. A poche centinaia di metri dal focolaio, la temperatura scioglieva le maschere di protezione e deformava le carrozzerie dei camion dei pompieri. Molti soccorritori furono costretti a rifugiarsi nelle nicchie di sicurezza, che però non erano isolate termicamente e rischiavano quindi di trasformarsi in trappole mortali. Le alte temperature, infine, vaporizzavano l'acqua degli idranti prima ancora che raggiungesse le fiamme, creando nubi di vapore bollente che rendevano l'aria irrespirabile anche per chi indossava gli autorespiratori.

Le operazioni di spegnimento si conclusero dopo più di due giorni. Solo dopo 53 ore di intervento continui, infatti, i Vigili del Fuoco riuscirono a domare l'incendio principale. Il carico di margarina e farina del camion belga si era trasformato in un combustibile ad alto potenziale energetico, rendendo vano ogni tentativo di attacco frontale.

Una volta estinte le fiamme, iniziò la fase più drammatica e psicologicamente devastante: l'ispezione delle aree percorse dal fuoco. Prima di entrare, i tecnici dovettero verificare la tenuta della volta. Il calore estremo aveva causato il distacco parziale del rivestimento in calcestruzzo (cd spalling) esponendo l'armatura metallica. I Vigili del Fuoco procedettero metro dopo metro in un paesaggio lunare. Le auto erano ridotte a scheletri metallici fusi con l'asfalto. Molte vittime furono ritrovate all'interno delle cabine dei camion o accasciate contro le pareti delle nicchie di sicurezza, uccise dal monossido di carbonio prima ancora che dalle fiamme. Le squadre dovettero operare con tute speciali a causa della polvere fine e altamente tossica sprigionata dalla combustione di plastiche, pneumatici e carichi industriali, che si era depositata ovunque come un manto grigio e letale.

L'inchiesta che seguì rivelò diverse falle sistemiche: una ventilazione inadeguata, la mancanza di coordinamento tra le società di gestione italiana e francese e rifugi non pressurizzati. Oggi, il tunnel del Monte Bianco è uno dei più sicuri al mondo, ma il prezzo pagato per questa consapevolezza è dato dai nomi delle 39 vittime e dal coraggio e dal sacrificio dei soccorritori che entrarono in quell'inferno.

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