Operazione Augusta
Si è conclusa il 14 luglio 2015, sul pontile Nato della base della Marina Militare a Melilli, l’operazione Augusta, un’operazione complessa, pianificata da mesi e portata a termine dai Vigili del fuoco con grande impegno, professionale ed emotivo per il recupero dei corpi dei migranti rimasti bloccati nel peschereccio naufragato nella notte del 18 aprile del 2014 nel canale di Sicilia, a 131 miglia da Lampedusa.
Nella conferenza stampa conclusiva l’allora direttore centrale per l’Emergenza, l’ingegner Giuseppe Romano, rese merito al grande lavoro fatto dalle squadre che recuperarono i circa 700 corpi che si inabissarono all’interno del natante a 370 metri di profondità.
Il dispositivo di soccorso, coordinato dalla Direzione regionale Sicilia, ha visto l'impiego medio giornaliero di 80 vigili del fuoco, per complessive 348 unità, che hanno operato con turnazioni continuative di 24 ore, con la partecipazione di personale dei Comandi della Sicilia e di altre risorse tecniche e umane provenienti dall'intero restante territorio nazionale.
La Direzione centrale per l'Emergenza ha seguito e supportato le attività anche mediante il Centro Operativo Nazionale, che ha attivato sul posto una funzione di collegamento. Le operazioni di recupero da parte dei vigili del fuoco sono avvenute mediante procedure di soccorso tecnico applicabili in vari contesti emergenziali: messa in sicurezza del ponte di coperta, taglio delle strutture metalliche delle murate per accedere all’interno della stiva, del gavone di prua e del locale macchine, ricerca e recupero dei corpi, operazioni congiunte portate a termine applicando tecniche SAF (Speleo Alpino Fluviali) e quelle NBCR (Nucleare Biologico Chimico Radiologico).
Il naufragio nel Canale di Sicilia
Il 18 aprile del 2014, a circa 60 miglia dalle coste libiche e 120 da Lampedusa, un barcone blu scuro, lungo appena 20 metri e stipato fino all'inverosimile, si trasformò in una bara d’acciaio per un numero di persone mai del tutto accertato, una cifra spaventosa che fu poi stimata tra le 700 e le 900 persone.
L'inchiesta tecnica sulla dinamica del naufragio rivelò una verità tragica: non fu una tempesta ad affondare il peschereccio, ma una combinazione letale di disperazione e impreparazione nelle procedure di soccorso. Quando il mercantile portoghese King Jacob arrivò sul punto segnalato dalla Guardia Costiera italiana, accadde l'imprevedibile. Nel tentativo di manovrare verso la nave gigante, il capitano del barcone — poi condannato per omicidio colposo — perse il controllo dell'imbarcazione che urtò violentemente lo scafo del mercantile per tre volte, innescando il panico a bordo. Centinaia di persone, terrorizzate e ammassate in coperta, si spostarono tutte contemporaneamente verso un lato per tentare di aggrapparsi ai soccorsi, creando il cosiddetto effetto di carico liquido che fece perdere stabilità al natante. Il barcone si capovolse in pochi istanti e chi era stato chiuso a chiave nella stiva dai trafficanti non ebbe nemmeno il tempo di capire che l'acqua stava invadendo ogni spazio vitale.
Il naufragio del 18 aprile segna anche lo sforzo senza precedenti che la Marina Militare italiana compì nel 2016: il recupero del relitto a 370 metri di profondità.
Le immagini scattate dai robot subacquei mostrarono una scena dantesca: corpi ammassati nella stiva, persone che si tenevano per mano nel momento finale. Per anni, un team di medici legali guidato dalla professoressa Cristina Cattaneo ha lavorato su quei poveri resti, incrociando il DNA con i parenti in Senegal, Mali, Eritrea, per restituire dignità alle vittime.