Salta al contenuto principale

Settembre 1976: il secondo terremoto del Friuli

I mezzi dei soccorritori tra le macerie di un centro abitato del Friuli distrutto dal terremoto del settembre 1976
Data di pubblicazione
Categoria
Notizia storica
Anno:
1976

Il terremoto che colpì il Friuli il 15 settembre 1976, quello che è comunemente conosciuto come secondo terremoto del Friuli, arrivò in un territorio che da mesi viveva una situazione di emergenza. Erano passati poco più di quattro mesi dal sisma del 6 maggio che aveva devastato Gemona, Venzone, Osoppo e altri paesi lasciando dietro di sé una scia di quasi mille morti, migliaia di feriti e un’intera popolazione costretta a vivere lontana dalle proprie abitazioni. Molti edifici erano stati puntellati o dichiarati inagibili, numerose abitazioni erano state danneggiate e il territorio era sottoposto a un enorme lavoro di ricostruzione.

Fu in questo contesto, già segnato dalla paura e dalla precarietà, che il 15 settembre due nuove, violentissime scosse colpirono il Friuli, aggravando ulteriormente la situazione. L’epicentro fu ancora una volta nell'area già devastata nei mesi precedenti: la prima scossa, alle 5:15, raggiunse una magnitudo intorno di 5.9, la seconda ci fu alle 11.21 e raggiunse una magnitudo di 6.0. Per i friulani fu un nuovo colpo durissimo.

A Gemona, già profondamente segnata dal sisma di maggio, nuove parti dell'abitato furono distrutte o rese ulteriormente inagibili. Anche Venzone, simbolo della devastazione e della successiva ricostruzione friulana, subì ulteriori danni. Il patrimonio storico e artistico fu nuovamente messo a dura prova: chiese, edifici monumentali e strutture che erano già state lesionate vennero ulteriormente danneggiati. In molti centri il problema non era più soltanto quello di estrarre eventuali superstiti dalle macerie, ma anche quello di mettere in sicurezza rapidamente ciò che rischiava di crollare e di proteggere una popolazione costretta a vivere fuori dalle proprie abitazioni.

Il bilancio del 15 settembre fu pesantissimo: altre vittime, centinaia di feriti e migliaia di sfollati.

In quelle ore e nei giorni successivi, un ruolo fondamentale fu svolto dai Vigili del fuoco. Il Corpo era impegnato in Friuli praticamente dall'inizio della catastrofe e aveva accumulato nei mesi precedenti una straordinaria esperienza nelle operazioni di soccorso in un territorio devastato. La nuova emergenza impose però un ulteriore sforzo operativo.
Le squadre dei Vigili del fuoco furono impegnate innanzitutto nella ricerca e nel soccorso delle persone rimaste coinvolte nei crolli. Le operazioni dovevano essere condotte con estrema prudenza: dopo mesi di scosse e di danneggiamenti, moltissimi edifici presentavano condizioni statiche estremamente precarie. Ogni intervento nelle macerie poteva quindi trasformarsi in un rischio anche per i soccorritori.

Accanto alla ricerca dei dispersi e al recupero dei feriti, diventò fondamentale l'opera di messa in sicurezza. Le squadre continuarono a lavorare in condizioni difficili, spesso operando su edifici già compromessi e in presenza di nuove scosse. La loro esperienza tecnica risultò preziosa anche per valutare la pericolosità degli edifici e per contribuire alla progressiva riapertura di strade, abitazioni e strutture necessarie alla comunità.

Il lavoro dei vigili del fuoco non si limitò alle immediate operazioni di emergenza. In un territorio nel quale migliaia di persone avevano perso la propria casa o non potevano più rientrarvi, essi contribuirono alle numerose attività necessarie per rendere possibile la vita quotidiana nei centri colpiti, collaborando con le altre strutture dello Stato, con le amministrazioni locali, con le forze armate e con il volontariato nella gestione dell'emergenza. Il Friuli del 1976 rappresentò infatti una delle prime grandi esperienze italiane di mobilitazione organizzata di una vasta rete di soccorso e costituì una delle esperienze che avrebbero contribuito, negli anni successivi, alla maturazione del moderno sistema italiano di protezione civile.

Nel bilancio complessivo del terremoto del Friuli, il 15 settembre rappresenta spesso una data meno ricordata rispetto al 6 maggio. Eppure quella seconda violenta fase della sequenza sismica fu determinante. Mise nuovamente a nudo la fragilità di un territorio già devastato, provocò nuovi crolli e costrinse migliaia di persone a vivere ancora lontano dalle proprie case.

Per i Vigili del fuoco fu una delle prove più impegnative della loro storia. Il Corpo si trovò a operare contemporaneamente sul fronte del soccorso immediato e su quello della gestione di un'emergenza destinata a durare nel tempo. La loro presenza tra le macerie, nelle strade dei paesi distrutti e accanto agli sfollati divenne una componente essenziale della risposta alla catastrofe.

A distanza di cinquant'anni, il terremoto del Friuli resta uno dei capitoli fondamentali della storia italiana della protezione civile e del soccorso in emergenza e contribuì così a consolidare una concezione del soccorso pubblico nella quale il Vigile del fuoco non è soltanto colui che interviene nell'emergenza nell'istante del pericolo, ma una figura che è a fianco della popolazione colpita durante tutte le fasi successive di una calamità, e che è capace, attraverso il proprio compito quotidiano, di accompagnare la comunità durante il percorso, lungo e difficile, della ricostruzione.

Feedback

Questo contenuto è stato utile?